Dalla metafora del laboratorio artigiano a quella della redazione

I modelli di apprendimento e le strategie conoscitive variano nel tempo. Il modello tayloristico che ha connotato la scuola del Novecento cede il passo a paradigmi di tipo immersivo: non si impara più secondo un “programma” scandito in sequenze rigide, ma per “immersione” in un contesto[1]. Nemmeno in questo caso si tratta di una singolarità, di una novità assoluta: nella bottega artigiana l’apprendista imparava “per contatto”: vedeva come operava il maestro, veniva coinvolto progressivamente in collaborazioni sempre più specifiche, assorbiva le competenze e le rielaborava in maniera personale. Produceva egli stesso dei “beni”. È una modalità del tutto funzionale anche ai giorni nostri: basti pensare agli istituti professionali, alle esperienze di scuola/lavoro, ma anche a tutte le realtà di makers in ambiti a volte molto sofisticati[2]. Poiché la nostra è una “società della conoscenza”, abbiamo bisogno di imparare a manipolare e gestire anche moltissimi dati: ecco allora che può essere utile anche un’altra metafora: quella della redazione. Stare in una redazione vuol dire saper svolgere dei compiti, unire la personale creatività alla necessità del lavoro di squadra. Significa sapersi esprimere in modo personale ma all’interno di un format condiviso, saper rispettare ruoli e scadenze, significa soprattutto generare un bene utile anche ad altri, svolgere una funzione sociale all’interno del processo di crescita personale.

L’apprendimento avviene quindi in forma operativa, laboratoriale, cooperativa, generativa.


[1] I dispositivi tecnologici sono sempre più pensati per essere appresi tramite la loro manipolazione piuttosto che attraverso la lettura di lunghi manuali di istruzioni sequenziali.


Last modified: Thursday, 24 June 2021, 5:01 PM